Abbattere la diffidenza: la barriera di quaderni.

Dopo  alcuni anni trascorsi ad insegnare nella scuola superiore psicologia e sociologdia, filosofia e storia, sono diventato maestro elementare (si chiamava così, allora) … in pratica sono stato retrocesso, anzi mi sono autoretrocesso…

Quando 15 anni fa sono arrivato nella scuola elementare ho trovato una cosa strana… Le barriere, sapete cosa sono? Ogni bambino lavorava costruendosi intorno una barriera fatta di quaderni. Lì per lì non ci feci molto caso. Poi hanno iniziato a darmi fastdio, non mi piacevano, non le volevo.

Iniziai a farle togliere. Ho imposto di non usarle, ma ne inventavano sempre di nuove… toglievo i quaderni ed ecco le barriere di libri, toglievo i libri ed ecco le barriere di astucci; toglievo gli astucci e nascevano quelle fatte con le mani… avevano vinto loro, non potevo imporre più niente.

Volevano tenere per sé il frutto del loro lavoro.

Sembrava che le migliori risorse intellettuali venissero impiegate per questo.

Ho cercato di capire la causa, perché per loro era importantissimo. E perché facevano così? Forse è banale…

Nel giro di poco tempo colsi il loro significato, anzi i tanti significati. Per OTTENERE UN RISULTATO MIGLIORE DEGLI ALTRI. Mors tua vita mea.

per AVERE UN VOTO PIU’ ALTO,

e per AVERE L’APPROVAZIONE DEL MAESTRO E DEI GENITORI.

Anche perché se lo scopo era questo allora ogni mezzo era buono: copiare, imbrogliare, sfruttare l’altro, negare all’altro il mio aiuto.

Una scuola come la jungla, dove vale la legge del forte e del furbo.

Mi chiedo…

  • È innato questo bisogno? O è l’impostazione della scuola che porta a sviluppare questo bisogno?
  • Siccome la società è impostata così , cioè in senso competitivo, ha senso che si vada nella direzione opposta? Non è una battaglia contro i mulini a vento? (“tanto dalle medie in poi… torna tutto come prima… è la vita ad essere competitiva…)

La valutazione”

Il primo nodo era incidere sull’effetto scatenante… i voti.

La scelta più naturale è stata quella di modificare l’impianto valutativo, la scintilla della competizione, eliminando la pratica diffusissima dei voti e della valutazione quotidiana e introdurre sia l’autovalutazione dei bambini sia una valutazione che non toccasse solo gli apprendimenti disciplinari, ma anche le competenze sociali e personali.

Questo ha avuto effetti dirompenti, molto positivi…

Mi chiedo:

  • Autovalutazione e valutazione delle competenze sono pratiche da perseguire? Che ne pensa?
  • Quale rapporto tra competenze e apprendimento cooperativo?

Tornando alle barriere…

Dovevo offrire loro altre strade, strade che non lasciassero i cadaveri sul ciglio della strada, o dove arrivavano solo i primi.

Mi è parso da subito che questa strada potesse essere l’apprendimento cooperativo, perché quella che meglio di altre favorisce lo sviluppo dell’autostima, quella che sprigiona le capacità di ciascuno e le fa mettere in circolo tra gli alunni.

Ciò ha trasformato il luogo d’apprendimento (banchi, cattedra, isole…).

Le barriere sono scomparse (davvero non esistono più), e offrendo agli alunni le tecniche per lavorare cooperativamente (banchi, ruoli, attività…) gli effetti più evidenti sono stati vari:

  1. ogni bambino veramente acquisiva il senso di valere, di essere capace, perché ogni bambino è bravo in qualcosa (esempio… un giorno scoprii che Andrea, un bambino che un tempo definivamo semplicemente tonto, oggi diremmo speciale, era molto apprezzato, perché sapeva far girare il gruppo, dava serenità, allegria (di logica non capiva niente) ma agli occhi degli altri era uguale a tutti, inserito, integrato, perché CAPACE
  2. il lavorare insieme era un valore aggiunto anche per gli apprendimenti. Quante volte ho sentito… “adesso che me l’ha spiegato Anna ho capito” (sottinteso… i vari tentativi miei erano falliti)
  3. A me si apriva molto più tempo per seguire gli alunni in modo individuale, anche gli alunni in difficoltà

Ma questa strada è efficace davvero? Come imparano i bambini? Da soli o insieme? O in entrambi i modi?

E quando sono più liberi di imparare? Anche dagli errori?

Precedentemente invidie, gelosie, cattiverie, esclusioni, litigi erano in continuazione. Senza fine.

E ogni volta venivano dal maestro-giudice “lui mi ha detto… lei mi ha fatto…”  E il maestro-giudice doveva emettere la sentenza.

Per me era insopportabile, non volevo svolgere questo ruolo.

Anche perché il lavorare insieme creava nuove occasioni di scontro.

Quindi occorreva lavorare in modo proficuo sulle ABILITA’ SOCIALI, sia in vista del lavoro cooperativo sia per lo star bene dentro alla classe.

Occorreva allora rivedere le modalità con cui si gestiva la classe, i conflitti, il mio ruolo e il mio atteggiamento.

Cosa andava a toccare questo? Il meccanismo della costruzione delle regole, delle decisioni

Ma anche come fare stare tutti il meglio possibile, avendo presente quello che dice la costituzione  e  i diritti dell’infanzia

Diritto a non essere discriminati, a vivere nella pace, al gioco, a essere curati, diritto all’amicizia… diritto ad avere un’opinione, alla libertà di pensiero e d’espressione, alla propria identità.

Diritto alla cittadinanza, tenendo presente che siamo in una democrazia.

Ecco che allora occorreva dotarsi di STRUMENTI che sviluppassero relazioni positive e aiutassero a interiorizzare atteggiamenti quali l’ascolto, il rispetto, la premurosità, il sostegno, empatia, fiducia reciproca.

Siamo sicuri che questo dedicare tempo a tutto ciò non faccia poi perdere tempo per gli apprendimenti?

Questo lavoro mi pare che richieda un’ultima cosa: toccando l’impostazione scolastica nelle sue fondamenta tradizionali, occorre coinvolgere il 3° attore della scuola, la famiglia, quell’attore che di solito chiede (o pretende) dalla scuola ciò che non riesce più a fare da sé.

Perchè sotto sotto loro sono i primi ad essere soddisfatti di sentirsi dire “tuo figlio a scuola sta bene… aveva un problema… ne abbiamo parlato… i suoi amici lo hanno aiutato… e tutto, dopo 3 mesi, o 6 mesi, a un anno… si è risolto”.

Proprio agli ultimi colloqui di giugno quando a un padre la cui figlia per 2 anni aveva manifestato difficoltà nell’area relazionale ho detto “guarda tua figlia ora è inserita nel gruppo e non usa più cattiverie per ingraziarsi le compagne” mi ha detto: “ per me è il più bel colloquio che potessi immaginare; anzi per me il colloquio potrebbe anche finire qui, non mi interessa nemmeno parlare più dei voti; grazie”A me sembra che quando riusciamo a spiegare (bene) le scelte pedagogiche ai genitori – il che richiedere anche “perdere tempo” con loro – riusciamo a portarli dalla nostra parte. Apprezzano che dedichiamo tempo alla globalità del loro sviluppo.

E soprattutto capiscono perfettamente che tu ti sei preso a cuore il senso della loro vita, il loro figlio.

Giovanni Cattabiani

 

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